
Mi hanno chiamato per il mio compleanno. Tom Miller mi ha contattato e mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto interpretare il personaggio. Ho risposto che, a patto di poter mostrare il suo lato emotivo, sarebbe stato un vero piacere. Sai, il personaggio era un duro, un tipo che Garry Marshall conosceva nel Bronx. Ho fatto una promessa a me stesso: non mi sarei mai pettinato, non avrei mai masticato gomme, non avrei indossato quelle grossi cinture Garrison che si usavano negli anni ’50, né avrei infilato sigarette nella manica della camicia come facevano tanti attori che interpretavano quel ruolo. Arrivato al secondo giorno sul set, mi hanno detto di andare a pettinarmi. Ho risposto che non potevo perché avevo promesso a me stesso di non farlo. Il produttore però mi ha detto che era scritto nel copione e che avrei dovuto obbedire. A quel punto ho capito che dovevo bilanciare il rispetto per le indicazioni ricevute con la mia integrità personale. Davanti allo specchio ho preso il pettine e ho sistemato i capelli, ma ho deciso che quello sarebbe stato “perfetto” a modo mio. È così che è nato quel momento cruciale per il personaggio. Fonz è diventato il mio alter ego, tutto ciò che io non ero nella vita. Ero insicuro, quasi fragile da un lato, mentre lui era forte, al comando, sicuro di sé.
Era audace e incarnava ciò che avrei voluto essere: qualcuno capace di affrontare qualsiasi cosa con determinazione. Ho voluto renderlo leale, un amico fidato che si prende cura di chi ha a cuore, pronto a difenderli con ferocia contro chiunque li minacciasse. Sotto quella corazza c’era però una grande energia repressa, una rabbia nascosta. Forse questa rabbia veniva dalle mie esperienze personali di umiliazione, di punizioni ingiuste, di essere etichettato come stupido. Era un peso dentro di me, un calderone ribollente che non sapevo come esprimere. Con Fonzie ho dato forma a tutto ciò: alla forza, alla vulnerabilità e alla passione sotterranea di chi lotta per affermare se stesso in un mondo che lo sottovaluta.
